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C’era una volta Villa Torlonia a Senigallia

Il ricordo di Ettore Baldetti

Banco Marchigiano - Credito Cooperativo Italiano
   Nell’imminenza della demolizione della Villa Torlonia, preannunciata e divulgata pubblicamente solo nel febbraio scorso quando le autorizzazioni relative erano già state concesse fin dal 2018 in vista della vendita dell’aristocratico edificio ad una società immobiliare, è stato presentato un esposto d’urgenza sull’originaria erroneità dell’autorizzazione della Soprintendenza, poi superato da recenti e rinnovati pronunciamenti.
 

La completa distruzione è avvenuta nei giorni scorsi, malgrado il pubblicizzato e reiterato intervento del Viceministro alla Cultura e illustre critico d’arte Vittorio Sgarbi, con l’auspicio che siano stati salvaguardati, non tanto l’artistica scacchiera mosaicata, quanto le due palificazioni per la legatura dei cavalli con ganci e stemmi metallici dei Napoleonidi di Canino, dotati di una cappa protettiva dalle Suore di Carità,  che sicuramente la Soprintendenza avrà provveduto a tutelare nell’ambito dei sopralluoghi e verifiche del 2018. 
   
Nel frattempo le ulteriori ricerche avevano infatti fornito le prove, sottoposte al vaglio della Procura, che i lavori susseguenti il sisma del 1930 non “compromisero radicalmente la struttura architettonica originale”, come invece si affermava nel permesso di abbattimento concesso dalla Commissione Regionale per il Patrimonio sulla base del sopracitato giudizio della Soprintendenza, in quanto nel 1931 si realizzò un restauro conservativo con l’inserimento di cordoli in cemento armato, che infatti non compaiono nelle precedenti  foto d’inizio secolo della villa, la cui conformazione esterna era del tutto simile a quella pervenuta fino ai nostri giorni, prima dell’annientamento. 
   
Altri studi hanno poi dimostrato che la villa, acquistata e ristrutturata fra il 1824 e il ’25 dal fratello di Napoleone, Luciano Bonaparte, già presidente del Consiglio dei 500 e Ministro degli Interni, che aveva aperto le porte del potere nella Repubblica rivoluzionaria francese al futuro imperatore, fu un focolaio insurrezionalistico almeno fino alla creazione della Repubblica Romana del 1849, anche grazie alla facoltosa moglie e vedova Alexandrine de Bleschamp, alla cui morte, avvenuta a Senigallia nel 1855, il nipote Napoleone III, imperatore di Francia, inviò un emissario ad impossessarsi della documentazione testamentaria per evitare la fuga di notizie compromettenti sui suoi contestati natali. Successivamente l’aristocratico complesso fu residenza estiva del duca Leopoldo Torlonia, senatore e sindaco di Roma, nonché sindaco onorario di Pesaro e Senigallia, il cui fratello Marino fu consuocero del re di Spagna, mentre il figlio Giulio vi morì il 22 giugno 1871.
   Le infelici decisioni assunte all’insaputa quasi totale della  popolazione, in aggiunta ad altre recenti ‘improvvisate’ cittadine, quali la decontestualizzata piazza del Duca, l’abbattimento dell’ex Colonia Enel, documentata sede di raccolta provinciale degli Ebrei fra 1943 e ’45, le progettazioni di un edificio in Piazza Simoncelli e del ponte ‘II Giugno’ con sponde arcuate, forse non sarebbero avvenute e comunque non avrebbero sorpreso negativamente la maggioranza dei cittadini se negli  anni ‘90 non si fosse chiusa la Consulta  comunale “Città Territorio Ambiente”, già creata allo scopo di favorire un maggiore coinvolgimento preventivo della cittadinanza anche tramite la consulenza volontaristica di esperti di diversa matrice culturale, professionale e politica.
    Le ultime novità storiografiche e amministrative di “Villa Torlonia” saranno oggetto,  mercoledì 25 ottobre alle ore 19, della 25a puntata di “Storie delle Marche”,  curata da Ettore Baldetti e dedicata a “La villa napoleonide di Senigallia: ultimo atto di una ribalta europea”, trasmessa on line, nella piattaforma no profit “Adesso Web” di Stefano Battistini e visibile o registrabile tramite i link:
https://m.facebook.com/events/1361926804709085; https://www.youtube.com/live/5fc2tIZCdw0?si=MbpcySkeg5_vePHr.
 
Pubblicato Martedì 24 ottobre, 2023 
alle ore 12:17
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Commenti
Ci sono 3 commenti
Glauco G. 2023-10-24 12:57:52
Nessuno sapeva??? Io sapevo tutto e ho sempre appoggiato l'abbattimento di questa inutile villa (inutile lato turistico..secondo me ovviamente)...e come me tanti tantissimi cittadini..(tanto va di moda sparare dati finti oppure basati sul nulla)....ho sempre detto però..che bisognerà vigililare bene non tanto su "cosa togli" ma su "cosa metti"..questo è il problema..una villa che non ha nessun valore aggiunto (tutto quanto sopra detto è bello da leggere ma poi tutto il mondo tranne Sgarbi e 4 intellettuali di borgata...dimenticheranno tutto e a nessuno fregherà nulla del fratello meno famoso di Napoleone e della moglie ricca che venivano a dormire qui 4 giorni all'anno). ...su cosa faranno invece è molto ma molto importante per la città...se faranno l'ennesimo scatolone alto 50 piani...beh quello si che è un problema...ma tanto...si "urla" per le cose inutili e si sta "zitti" per cose importanti...ecco come nascono i palazzoni riva al mare e altri monumenti alla bruttezza. capitolo a parte la "soprintendenza ai beni culturali"..stendo un velo pietoso per questo club privè. Chiudo dicendo..non hanno buttato giù il colosseo..sia benn chiaro..prima della decisione di abbattere quella inutile e fatiscente struttura..nessuno sapeva nulla del fratellino di Napoleone..e non è mai stato fatto nulla per farla diventare attrazione turistica (cosa credo impossibile visto quanto poco interessa a tanti..forse tutti)....immagino cosa sarebbe diventata..un museo del nulla che non porta nulla. ma forse mi sbaglio e un domani scopiremo che abbiamo buttato giù il Colosseo 2.0
silvia3 2023-10-24 20:54:53
Infatti ti sbagli, l'ignoranza dilaga purtroppo.





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Glauco G. 2023-10-26 09:48:57
@silvia3 già ti qualifichi con una risposta/inuslto..ma voglio assecondarti...non fare la superiore...se sbaglio fammi capire..dimmi dove ho sbagliato...dimmi l'importanza storia cel palazzo..dimmi quanto importante è stato per la comunità prima di questa bugffonata delle ppetizioni ecc...dimmi che valore aggoiiunto, secondo te, poteva aver eil palazzo...sono aperto mentalmente a ricredermi...ma..nel frattem,po..copio e incollo la vita di questo NAPOLEONE e lo faccio da ignorante...copio solo wikipedia e spero di copiare il Bonapoarte coretto..visto che nessuno lo conosce tranne lei e Sgarbi.....Nacque il 21 maggio 1775 ad Ajaccio da Carlo Maria Buonaparte, politico e nobile patrizio toscano, e da Maria Letizia Ramolino, discendente da nobili toscani e lombardi. Studiò in Francia e poi, ritornato in Corsica ed ancora
iovanissimo, si legò a Pasquale Paoli,[1] (detto U Babbu di a Patria), patriota corso protagonista della cacciata dei genovesi dall'isola. Trasferitosi in Francia con la famiglia allo scoppiare dei moti rivoluzionari di Parigi, sostenne Robespierre.Entrò nell'organizzazione dell'intendenza militare grazie alla sua appartenenza ai Club rivoluzionari (al tempo si faceva chiamare Bruto Buonaparte). Fu commissario di guerra nell'armata del Reno (1795), poi in Corsica (1796) ed infine riuscì a farsi eleggere deputato nel Consiglio dei Cinquecento (1798), ancorché privo dell'età minima prevista. Sostenne in quella sede i diritti delle vedove di guerra e quello della libertà di stampa.Eletto Presidente del Consiglio dei Cinquecento (24 ottobre 1799), consentì la riuscita del colpo di Stato del 18 brumaio sciogliendo la seduta poco prima che il fratello Napoleone fosse messo fuori legge dal Consiglio. Fu lui stesso che, uscendo dalla sala di Saint-Cloud in cui si svolgeva la seduta, gridò ai veterani schierati all'esterno e comandati da Gioacchino Murat e dal Leclerc[2] che nell'aula erano comparsi dei pugnali con i quali alcuni congiurati avrebbero cercato di colpire il generale Bonaparte. La scena successiva, in cui Luciano estrae un pugnale puntandolo contro il fratello e dichiarando: "Non esiterei io stesso a pugnalare mio fratello, se attentasse alla libertà dei francesi"[3], fu la prova della sua buona fede e mosse i militari ad intervenire nel senso richiesto, provocando così la cacciata dei deputati da parte delle truppe.Divenne subito dopo Ministro dell'Interno[4] e poi ambasciatore a Madrid (1800).Luciano Bonaparte e l'ultima seduta del Consiglio dei Cinquecentoo storico Jacques De Norvis rievoca in questa maniera l'ultima seduta del Consiglio dei Cinquecento e il comportamento del suo presidente, Luciano Bonaparte :«La più grande effervescenza regnava sempre in questo consiglio (...) alla vista di Bonaparte e dei suoi soldati le imprecazioni si udirono per tutta la sala: "Qui sciabole! gridarono i deputati: qui uomini armati! a terra il dittatore! a terra il tiranno!" (...) Molti deputati, invasi dal furore, si avanzano sino a lui (...) Bonaparte credette allora che si attentasse alla sua vita, e non poté proferir parola. Immantinente i granatieri s'avanzarono sino alla tribuna, fendendo la folla (…) Nel mezzo di una tale tumultuosa scena il presidente Luciano procura inutilmente di difendere suo fratello, noverando i suoi segnalati servigii, ed assicurando il Consiglio che la patria non aveva nulla da temere dal lato suo: chiede che sia richiamato ed inteso; ma non ottiene altre risposte: "Fuori della legge! Ai voti per mettere il general Bonaparte fuori della legge!"È intimato a Luciano di ubbidire all'assemblea, e di sottomettere al voto del Consiglio, se suo fratello dev'esser posto fuori della legge. Pieno d'indignazione, ricusa, addica la presidenza ed abbandona il suo posto. Nel mentre ch'egli discendeva dalla tribuna, un drappello di granatieri, inviato da Bonaparte, comparisce e lo toglie dalla sala. Frattanto il generale era montato a cavallo; già aveva arringato i suoi soldati ed attendeva Luciano per disciogliere il Corpo Legislativo. Luciano arriva, monta a cavallo a lato di suo fratello, dimanda il concorso della forza per rompere l'assemblea (…) Frattanto, in seguito agli ordini di Bonaparte, Murat entrò nella sala dei Cinquecento alla testa dei granatieri, e la fé sgombrare a viva forza (...) Giammai videsi violare in sì fatta guisa le leggi di un paese[5].».La rottura con Napoleone e l'esilio
Rimasto vedovo di Christine Boyer (1800), che aveva sposato nel 1794, sposò Alexandrine de Bleschamp, vedova del banchiere Jouberthon, entrando per questo in contrasto con il potente fratello che aveva per lui altri piani. Costretto per questo all'esilio, si stabilì a Roma nel 1804.[6]Qui ottenne l'amicizia di papa Pio VII, sostenendo nel 1801 la necessità di un regime concordatario fra la repubblica francese e la Chiesa. Si stabilì a Canino (provincia di Viterbo), che il papa successivamente fece assurgere a principato per lui. Nel 1809, con l'annessione di Roma e degli stati pontifici alla Francia, costretto praticamente in una sorta di arresti domiciliari ed obbligato a chiedere l'autorizzazione al governatore militare francese per qualsiasi atto, si rassegnò nuovamente all'esilio e s'imbarcò per gli Stati Uniti, ma la nave sulla quale viaggiava fu catturata dagli inglesi che lo tradussero in Inghilterra (1810), nel Worcestershire, ove godette di una certa libertà di movimenti e, soprattutto, di attività culturale, lavorando ad un poema che aveva per soggetto Carlo Magno. Durante quel periodo di residenza obbligata gli nacque il decimo figlio (il sesto dalla seconda moglie), Luigi Luciano. Poté lasciare l'Inghilterra nel 1814, dopo l'invio in esilio, all'isola d'Elba, del fratello imperatore.Riconciliatosi con il fratello Napoleone quando iniziarono i Cento giorni, dopo Waterloo si ritirò prima in Inghilterra e poi nuovamente a Roma. Nel 1814 fu nominato da papa Pio VII Principe di Canino.Il soggiorno definitivo in ItaliaProscritto dai Borboni durante la Restaurazione, si stabilì definitivamente in Italia nella sua residenza di Canino[7]. Il 21 marzo 1824 papa Leone XII lo insignì del titolo di principe di Musignano, come ricorda anche un monumento eretto dagli abitanti di Canino[8]. Nel 1837 papa Gregorio XVI lo nominò principe Bonaparte. Uomo di lettere, fine pensatore, trascorse il resto della sua esistenza fra Canino e Viterbo, dove si dedicò a studi archeologici e alle collezioni d'arte. Luciano con amici e parenti si recava spesso nella zona di Cattolica, allora frazione di San Giovanni in Marignano, dove fu uno dei precursori di bagni di mare: le sue frequentazioni sulla costiera adriatica (Rimini inclusa) sono narrate in un volume ubblicato nel 2002.La salma di Luciano Bonaparte giace nella cappella di famiglia costruita nella collegiata di San Giovanni e Sant'Andrea a Canino.
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